L’importanza di riconoscersi fragili

“La coscienza della nostra fragilità, della nostra debolezza e della nostra vulnerabilità rende difficili e talora impossibili le relazioni umane: siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto e di aiuto”

                                                                                                                                                    E. Borgna

La fragilità è costitutiva dell’essere umano, è una condizione ontologica che iscrive l’esistenza entro una cornice di limiti che dimensionano le nostre possibilità espressive e al contempo animano il mistero che ci abita. Quante volte confondiamo la fragilità con la debolezza, ritenendola un difetto strutturale che identifica tutti coloro che si sentono impotenti, falliti, soggiogati, insicuri. Quante volte abbiamo pensato di disfarci della nostra parte fragile per soddisfare la richiesta collettiva di identificazione negli idoli del nostro tempo: il successo, il potere, la forza. Quante volte i pazienti ci raccontano l’animosità dei conflitti che quotidianamente avviano con la loro propria fragilità per non deludere, per la paura di un abbandono, per il timore di perdersi in questa trama oscura che abita i recessi della nostra anima. Tuttavia, soltanto quando l’eroe muore il divino che è in noi si manifesta. Solamente quando impariamo ad accogliere in noi la nostra parte più ferita, quando ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini in realtà siamo noi, allora nulla è andato perduto e non esiste più nulla da scartare.

“Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare.

Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.

Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri stanno facendo e quello che posso fare io.

Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.

Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.

Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila.

Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio.

Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera.

Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me.

Non voglio insegnare, voglio accompagnare.

Non è che voglio così, è che non posso fare altro”

                                                    Chandra Livia Candiani

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