Apologia della noia

“Il tedio… Pensare senza pensare, con la stanchezza di pensare; sentire senza sentire, con l’angoscia di sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere – tutto questo sta nel tedio senza essere il tedio e non è altro che una sua parafrasi o una traslazione. Nella sensazione diretta, è come se da sopra il fossato del castello dell’anima si alzasse il ponte levatoio, e fra il castello e la terra non restasse che poterli guardare senza poterli percorrere. C’è un nostro isolamento in noi stessi, ma un isolamento dove ciò che separa è stagnante come noi, acqua sporca che circonda la nostra ignoranza…Il tedio… In fondo, forse è l’insoddisfazione dell’anima intima per non averle dato un credo, la desolazione del bambino triste che siamo intimamente, per non avergli comprato il giocattolo divino. Forse è l’insicurezza di chi ha bisogno di una mano che lo guidi e, nel percorso nero della sensazione profonda, non sente niente altro che la notte silenziosa di non potere pensare, la strada senza nulla di non sapere sentire…”

                                                                  F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine

La noia descrive in fondo questa palude stagnante del desiderio, quello spazio incongruo che ci abita e talora ci inghiotte come un buco nero. L’uomo nella noia ha la percezione di essere sconfitto, avvinto e non può far a meno di percepire la sua nullità, la sua impotenza, il suo vuoto: una dimensione ontologica prettamente soggettiva in cui si diviene proprietari di uno spazio fino ad allora impensabile e vuoto che paralizza e genera angoscia. Quando tutto tace e viviamo il disincanto dal routinario meccanismo del vivere allora entriamo in questo “nulla di niente” da cui spesso desideriamo fuggire o quantomeno silenziare. Allora il tedio lascia il passo all’oblio di sé: il divertissement di pascaliana memoria, ovvero quell’esercizio inconsapevole e anestetizzante che porta ad allontanarci da noi stessi.

La noia è in fondo un “non luogo” che ci riporta sempre ad una condizione di indeterminatezza. Al suo interno l’uomo si sente sperduto e disorientato fino a sperimentare un sentimento di rassegnazione.

L’annoiato si percepisce come oggetto e non più come soggetto in attesa di essere vivificato dalla vita in una condizione di pretesa e rabbia, ed entra in un circolo vizioso frustrante, perché aspetta di ricevere una gratificazione che non arriva mai e così continua ad attendere, ma essendo più demoralizzato si allontana da ogni possibilità di gratificazione.

Dobbiamo immaginare, al contrario, che la noia divenga un’esperienza vivificante e che l’indeterminatezza possa eludere il disorientamento. La condizione è che il vuoto debba essere vissuto come dotato di senso. La noia allora può divenire la condizione germinativa della creatività.

Nella noia apprendiamo l’arte di sostare nella mancanza, da cui originano il desiderio e l’amore.

La noia secondo quest’interpretazione perde il suo significato del tutto negativo, assumendo la forma di una spinta motivazionaleverso il cambiamento. L’irrequietezza che la accompagna ci spinge alla ricerca, all’atto creativo necessario per risolvere un problema apparentemente irrisolvibile.

Perché abbiamo così paura della noia?

Il termine “oziofobia” è stato coniato per la prima volta da Rafael Santandreu, uno psicologo spagnolo contemporaneo. Con questo termine ci si riferisce alla paura di non avere qualcosa da fare. E’ oramai un’evidenza clinica osservare persone che cominciano ad entrare nel panico quando hanno del tempo libero, vuoto. Tempo che non hanno programmato o che non era previsto perché hanno già terminato ogni attività e che sembra non essere orientato verso alcuno scopo. Il sintomo più visibile di chi soffre di oziofobia è l’ansia. Si manifesta con grande intensità nel momento in cui la persona non ha niente da fare.

Quanto incidono le ideologie contemporanee di efficacia e produttività nell’insorgenza di questo nuova forma di malessere?

Quanto può funzionare una società in cui il desiderio di successo diviene prioritario rispetto al benessere, la quantità di esposizione rispetto alla qualità della relazione, la necessità di essere visibili (online) alla possibilità di vivere nascostamente?

Siamo ossessionati dal bisogno di riempire ogni spazio della nostra vita: di evidenze, di fatti, di affermazioni, di “ego”. Ogni giorno abbiamo necessità di stimoli volti all’autoaffermazione o al compiacimento della propria fragile identità: io ci sono, io faccio, io mi riconosco, io partecipo…. dimenticandoci, come ricorda Chandra Livia Candiani che: “la noia ci rivela la mancanza di intensità, il vuoto necessario perché il tu sorga, chiunque o qualunque cosa sia, amico, nemico, emozione, telefono, silenzio, divinità, desiderio di cioccolato”.

Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce

                                              Bertrand Russell, La conquista della felicità

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