Il potere di non fare

“Ci sono due forme di potenza. La potenza positiva è la potenza di fare qualcosa. La potenza negativa è invece la potenza di non fare – di dire no, per esprimerci con Nietzsche. Questa potenza negativa si distingue però dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa. L’impotenza è soltanto il contrario della potenza positiva. È essa stessa positiva nella misura in cui è vincolata a qualcosa. Essa, infatti, è un non poter-fare qualcosa. La potenza negativa supera questa positività che è vincolata a qualcosa, è una potenza di non fare.”

                   Byung-Chul Han, La società della stanchezza

Come possiamo sottrarci all’imperativo categorico contemporaneo prestazionale?

Come possiamo ridare valore alla pura negatività del non fare?

Il potere di non fare ci sottrae alla mortifera meccanica del vivere, all’insidiosa autoreferenzialità narcisistica contemporanea. Esso si impone come esercizio indispensabile per raggiungere la propria centratura liberandoci dalla necessità iperattiva collettiva. “Se non fai non sei” è il refrain dominante. L’essere oggi è fra-inteso solo in senso prestazionale secondo il modello computazionale e tecnologico. L’invito collettivo è massimizzare, accelerare, produrre entro una tensione psichica che lega costantemente all’oggetto privando il soggetto della sovranità su di sé. Ciò genera nel tempo dipendenza, autodistruzione, violenza, omologazione.

Il rischio collettivo è eludere il conflitto entro cui matura la vita psichica per lasciarsi sedurre dall’Ideale che sposta sempre oltre il limite la propria personale realizzazione; ma senza un tu l’Io non esiste e frana precipitosamente verso l’autodistruzione.

Ridare potere all’in-azione può rappresentare l’atto eroico contemporaneo che riabilita l’essere all’attività spirituale, contemplativa e riflessiva necessarie per il “fare anima” entro la cornice del mondo?

“Certo, è meraviglioso che accada un miracolo, che riusciamo a vederlo. Ma non è meraviglioso che non accada proprio niente, che possiamo assistere a questo niente e percepirlo e fremere? Non è meraviglioso perdere qualcosa? Essere disorientati? Essere delusi? La meraviglia è il vuoto che si apre, la possibilità di aprire le mani e le braccia, il fremito del lasciar andare, dell’abbandonarsi all’assenza di segni, di significati, di salvezze, di alleanze. Niente. Assolutamente niente: aaahhh!”

               Chandra Livia Candiani, Il Silenzio è cosa viva

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