Le parole sono il ponte con il mondo

Quale lingua parliamo? Quale struttura dimensiona oggi il nostro agire comunicativo? Possiamo ancora dire di agire intenzionalmente attraverso le parole o più semplicemente partecipiamo di un flusso informativo che si propaga anonimamente? Da un po’ di tempo a questa parte sono piuttosto nauseato dalla realtà che osservo nei media. Ho l’impressione che non ci sia più spazio per il dialogo; ciò che vedo assomiglia sempre più a un teatrino perpetuo della presenza in cui l’urgenza affettiva precede il senso della parola. La comunicazione ha spesso i tratti della predazione, dell’autoproclamazione, dell’insinuazione. L’agire è in tal senso vincolato sempre ad un bisogno di potere che vuole, senza tuttavia mai riuscirci, colmare la propria insoddisfazione, il proprio vuoto esistenziale. L’eccesso ermetico è la diretta conseguenza di un collasso del significato.  L’articolazione di un dialogo presuppone una base comune di incomunicabilità, ed è proprio in virtù di questa impossibilità, che si determina l’assoluta originalità della comunicazione. Il senso origina dalla sorpresa, dallo smarrimento, dalla distanza che ci separa dalle nostre convinzioni e dall’altro. Se non c’è possibilità di attraversamento (dia’), non c’è discorso (logos). Solo in questa direzione si produce narrazione, storia, tessitura. Come ricorda Chandra Candiani “le parole sono ponte con il mondo”

Non voglio una parola di troppo,

voglio un silenzio a dirotto,

non un commercio tra mutezza e voce,

ma una breccia,

una spaccatura che allarga la luce,

una pista delle scosse.

Dammi un ascolto che precipita –

Parola.

Che nasce.

Chandra Livia Candiani

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