Il cammino dell’uomo

Un simpatico e antico aneddoto ripreso da Martin Buber in “Il cammino dell’uomo” racconta:

“C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato Golem (stupido, uomo senza intelligenza). Quando si alzava al mattino gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì’, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. ‘Sì, ma io, dove sono? – si chiese all’improvviso in preda all’ansia – Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Così succede anche a noi”, concluse il Rabbi.

In questi tempi bui – caratterizzati dall’effimero e dall’evaporazione del desiderio – appare tutta intera questa nostra fragilità per cui quando proviamo ad alzare il velo e sgombriamo la matassa di precarie identificazioni una voce sommessa pronuncia con urgenza la domanda: chi siamo veramente? Dove siamo rimasti?

È difficile, talvolta sembra persino un azzardo, pensare di rimanere fedeli a sé stessi in questo momento di tensioni e precarietà in cui è in gioco la nostra stabilità. La vera ribellione di oggi è continuare a cercare sé stessi.

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